La parola storytelling è ormai sulla bocca di tutti: abusata, spiegata, venduta, mistificata, quando semplicemente non si tratta di altro che di raccontare una storia, con i suoi personaggi, la sua trama, il suo mondo e se lo si vuole la sua morale. Perché sono proprio le storie quelle che ci toccano, ci scuotono o ci rassicurano attraverso l’immedesimazione.

Il racconto diventa ancor più immediato, e non più forte, se viene proposto attraverso l’uso delle immagini; grande veicolo comunicativo, il più antico, il più viscerale, quello che come un proiettile arriva diretto al nostro “sentire” e ci lascia un segno.

Eccolo qua, è proprio questo il motivo per cui il racconto visivo – visual storytelling per i più moderni – si sposa così bene con le tematiche sociali. Per questa spinta comunicativa potentissima, istantanea, che, brusca come uno schiaffo in faccia, apre i cassetti dell’empatia e della compassione, parole non tristi e patetiche come ritiene l’opinione pubblica ma che anzi sono una della caratteristiche più autentiche dell’essere “umani”: la capacità di comprendere (cum-prehendere, accogliere insieme) le condizioni di vita e lo stato d’animo di un nostro simile. 

In quest’ottica il visual storytelling sembra essere una delle vie migliori per veicolare messaggi forti, importanti e condivisi, col fine di smuovere le anime e fare la differenza. Tuttavia ciò non significa associare necessariamente questo canale comunicativo a contenuti violenti o drammatici, anzi, come sto per spiegare meglio le storie che più si intrufolano nel cuore e nella mente delle persone sono quelle “evasive”.

Come la storia, di qualche anno fa, The tutù project raccontata dal fotografo Bob Carey, che unendo ironia e paradosso, contrasto concettuale ed estetico ha avvicinato i sui ascoltatori a un tema di cui si parla ancora troppo poco: il cancro al seno. Il progetto di Carey non nacque con questo scopo, inizialmente doveva finanziare una compagnia di ballo e da quello era nato il tema principale, il filo conduttore che unisce immagini diverse, in contesti diversi, cioè il rosa acceso di tutù grottescamente indossato proprio dall’autore. Quando sua moglie si è ammalata, il “narratore” ha deciso che la storia doveva avere una morale, doveva raccontare qualcosa di più concreto e da quel momento il progetto si è trasformato in una raccolta fondi, Carey ha chiesto aiuto alla rete e il tutto si è strutturato come una vera e propria campagna di sensibilizzazione. Una storia che continua tutt’oggi.

Un’altra storia, non recentissima, vale la pena di essere citata come esempio di pura narrazione evasiva a scopo solidale, è il caso di quella raccontata dal fotografo americano Theron Humphrey. Anche in questo caso la storia da raccontare – ma sarebbe più corretto usare il plurale – nasce per tutt’altri motivi, doveva essere solo un viaggio, né più né meno, se non per un fatto: la co-protagonista era una splendida cagnolina meticcia che, come si dice qui da noi, “dove la metti sta!” letteralmente. Questo è il caso di un incipit che si moltiplica su più piani narrativi e che proseguono poi parallelamente in autonomia, un po’ come se ci trovassimo di fronte a un film di Christopher Nolan, forse un po’ più divertente però.

Inizialmente lo storytelling fotografico doveva essere This Wild Idea, attraversare in un anno 50 stati degli USA all’avventura, con furgone e amica quattrozampe conoscendo ogni giorno una persona nuova in una città diversa. Scoperta la “peculiarità statica” della cagnolina è nato il racconto fotografico Maddie on things, ovvero il racconto del viaggio non più attraverso le persone incontrate ma attraverso gli scatti di Maddie letteralmente sopra alle cose, vedere per credere.

Compreso il potenziale del racconto e accortosi dell’importante riscontro che Maddie stava registrando soprattutto attraverso Instagram, Humphrey avvia una terza storia: il fotografo aveva adottato la cagnolina dopo essere stata abbandonata, quale testimonial migliore quindi per raccontare, attraverso il progetto Why We Rescue, le storie di 50 cani adottati e tornati alla vita grazie all’affetto dei nuovi padroni?

Due storie fondamentalmente diverse quelle narrate da Carey e Humphrey, ma che hanno come comune denominatore non solo l’essere nate inizialmente per altri scopi, ma soprattutto avere scelto un “tono di voce” leggero, propositivo, senza per questo togliere valore al proprio messaggio.

Le immagini di entrambi i progetti ci portano lontani, in una narrazione surreale nel primo caso e avventurosa nel secondo eppure ne capiamo il valore più autentico, ci incuriosiscono, suscitano in noi simpatia attirando la nostra attenzione su tematiche di rilievo. Ci chiamano in causa. Ci portano con semplicità e senza presunzione a prendere coscienza di un problema, spingendoci con naturalezza a raccontare le loro storie a nostra volta.

Ho scritto questo articolo per il blog ufficiale di Uidu.org.